Ho fatto la domanda erasmus tutti gli anni che mi è stato possibile, senza sapere bene perchè e senza nemmeno aspettarmi troppo. Mi piace viaggiare, mi è sempre piaciuto e allora perchè non farlo per un anno e con la giustificazione dello studio? Così il mio quinto anno di università l’ho trascosto all’estero, in una città di cui mi sono innamorata: Lisbona. 

Ho scelto la meta a sentimento (come spesso purtroppo faccio), senza pensarci troppo, senza calcolare le possibilità che avevo di vincere la borsa o meno, senza farmi troppe domande. Sapevo che avrei avuto l’oceano, sapevo che la materia che studio va forte là, quindi mi sono detta “perchè no?”. 

Così il 30 agosto sono partita. Con me c’era un’altra ragazza della mia facoltà che non conoscevo e che ho avuto il piacere di conoscere meglio: grande cuore e quel pizzico di pazzia che anima le giornate. 

I miei genitori mi hanno accompagnato, non me ne vergogno. Mi hanno aiutata a scegliere l’appartamento, hanno visitato una bellissima città, hanno conosciuto alcuni dei miei compagni di erasmus e dopo quattro giorni mi hanno salutato con il sorriso e un “in bocca al lupo”. Io d’altra parte ero sempre più presa da quel profumo di novità e di festa che c’era nell’aria.

Il primo periodo è stato il più spensierato. Gli impegni all’università non influenzavano ancora le giornate e passavamo il nostro tempo tra la spiaggia e il bairro alto, un quartire della vita notturna di Lisbona. Nonostante tutto la cosa che mi piaceva di più e di cui ero più meravigliata erano le persone. Tutti, e dico TUTTI, avevano qualcosa di interessante e di diverso da raccontarmi. Conoscere una persona era come conoscere un pezzetto nuovo di mondo; con le loro abitudini, con le loro diverse culture con le loro convinzioni era come viaggiare nelle loro terre. Ho conosciuto tante persone fantastiche. Capiamoci, non che in italia non ci siano persone valide, ma lì era diverso perché tutti eravamo interessati agli altri, tutti eravamo curiosi di sapere com’è che funzionava il mondo in quella piccola città italiana, in quel paese della Germania, in quella grande città della Spagna o chissà dove. Tutti eravamo meravigliati da come un paese così vicino al nostro potesse essere così diverso.

Così, senza che me ne rendessi conto, era arrivato Natale. Tornavamo tutti a casa dalle famiglie, avevamo barili di racconti da fare agli amici, quelli vecchi, quelli che ci vedevano cambiare dalle telefonate su skype e dalle chiacchierate su facebook. Io avevo da raccontare lo strano (per me) modo in cui studiavano all’estero, avevo da raccontare di come ero stata fortunata ad incontrare un coinquilino fantastico che mi aveva salvato da altri coinquilini un po’ meno fantastici, avevo da raccontare le giornate al mare a imparare a fare surf, avevo da raccontare le strade (le salite) di una città che non dorme mai, avevo da raccontare i colori di un paese con una natura incredibile e soprattutto avevo da raccontare dei nuovi amici.

Dopo le rumorose, calde e grassissime feste in famiglia finalmente torno a Lisbona, non avevo tempo da perdere: dovevo vedere tutto quello che c’era da vedere! Purtroppo però tornata a casa (la mia nuova, anche se momentanea, casa) non ho trovato quello che mi aspettavo: pioveva. Pioveva SEMPRE. Oltre alla pioggia (che spegne gli entusiasmi) dovevo studiare perché di lì a due settimane avrei avuto quattro esami in una lingua che non conoscevo poi così bene ed infine...non era più estate! Me ne ero accorta troppo tardi. Quindi con grande fatica, qualche mega fetta di torta e i compagni di università ho dato tuti gli esami con esiti altalenanti ma comunque soddisfacenti. 

Ricominciarono le lezioni senza neanche chiedere il permesso, più che altro senza darmi il tempo di fare qualche viaggetto. “Pazienza”, pensavo, “ ho ancora sei mesi!”. Ma sei mesi passano velocissimi e infatti, da quel periodo in poi, non sono più riuscita a dire di no a qualsiasi gita o pseudo tale che mi veniva proposta.Ho visto posti bellissimi e posti rovinati dal turismo, una natura incontaminata stupenda e dei paesi squallidi e abbandonati, le città storiche e le campagne portoghesi, le isole e i fari.

Intanto a Lisbona avevo ormai la mia routine, la mia bici con cui andavo quasi dappertutto, la mia tavola da surf, un nuovo appartamento, nuovi e divertenti coinquilini e conoscevo ormai bene le persone che avevo incontrato per prime. Con loro avevamo creato una nuova famiglia, cenavamo insieme, uscivamo insieme, studiavamo insieme e crescevamo anche insieme.

Quando è tornata la primavera, e poi l’estate, sono arrivati i momenti più belli: ancora non pensavamo a quando il nostro erasmus sarebbe finito, pensavamo solo a viverlo al meglio. Dal canto suo la città ci aiutava alla grande offrendo eventi bellissimi: concerti nei parchi, jazz in piazza, musei aperti, feste in spiaggia, giri in bici e Santo Antonio, il patrono di Lisbona. Qui mi devo soffermare perché ne vale la pena: quei matti dei portoghesi festeggiano per un’ intera settimana per celebrare il patrono della loro città e tutti i quartieri storici sono agghindati a festa. Ci sono mini concerti dappertutto, si mangiano sardine, si beve la birra e si ballano le canzoni popolari. Una delle feste più belle. Nelle piazze, per le strade, ovunque, ci sono persone di ogni età che ballano e si divertono senza nessun problema. Anziani, giovani, bambini, tutti insieme a muoversi al ritmo di canzoni che in altri periodi sarebbero improponibili, se non ridicole. Il risultato di tutti questi ingredienti è tanto divertimento, risate a palate e notti lunghissime. 

Tra un evento e l’altro tornarono gli esami, i più pesanti forse, perché i più importanti. Ma in un clima generale di allegria e divertimento, si studia senza lamentarsi troppo. Poi SBAM! Una disavventura con il professore di progetto come una bastonata tra i denti. Mettersi a discutere il giorno dell’esame, in una lingua che non è la tua, con la persona che dovrebbe giudicarti non è mai il massimo ma è comunque un prezzo accettabile per un anno così!

Chiuso finalmente il capitolo “studio” sono rimasta a Lisbona altre tre settimane perché non potevo andarmene nel pieno dell’estate. Sono stata una degli ultimi a partire, ero rapita da quella città, da quel modo di vivere, da quelle persone, da quel mare (...o meglio oceano) e da quel clima. Rimanendo più degli altri mi sono dovuta sorbire tutte le feste di addio dei miei amici. Dico “dovuta” perché è triste vederli partire, non sai esattamente quando li rivedrai, come sarà il vostro rapporto una volta tornati nella “vita normale”, come sarà fare a meno di quelle persone speciali che hai conosciuto.

Il 9 Agosto sono tornata a casa anche io. Nonostante tutto, ero contenta. Mi mancavano i miei amici, il mio ragazzo, la mia famiglia. Infatti al ritorno ho trovato ad accogliermi tutto l’affetto delle persone che avevo lasciato. E’ stato bello sentirmi festeggiata così, in fondo ero mancata un anno e, nonostante fosse stato un anno fantastico, era ora che tornassi a riabbracciare tutti. Era ora che tornassi dal mio ragazzo che, anche se da lontano, mi ha sempre dato l’appoggio e la serenità di cui avevo bisogno.

Questo è stato il mio erasmus. E’ stato un’ondata di emozioni, scoperte e risate. Difficilmente dimenticherò le notti passate a cantare tutti insieme, i viaggi improvvisati, le notti passate a dormire in spiaggia, le visite dei miei amici italiani, la gioia nel mostrargli quella città così bella, le chiacchiere tra coinquilini, gli incontri casuali e le serate in giro tutti insieme. Certo ci sono stati anche momenti brutti, momenti di incomprensioni e di delusioni, ma quelli, soprattutto adesso, quasi non li ricordo più: seguo il consiglio di un mio amico che mi ha scritto “It was a pleasure to meet you, remeber the good times ”.

Così adesso sono un ESNer. Sono felice di esserlo. Voglio accogliere i nuovi erasmus perché so quello che si prova nella loro situazione, posso immaginare i problemi che potrebbero avere, voglio provare ad aiutarli a risolverli e voglio mostrargli che la mia città non è poi così male. Devo ammettere però che sono felice di esserlo soprattutto per me, perché voglio continuare ad allenarmi a mantenere la mente aperta ai cambiamenti, alle differenze, alla novità. Voglio continuare ad imparare da chi la pensa diversamente da me. Quindi, alla fine, sono loro ad aiutare me più che viceversa.

Anonimo