Fin da piccola mi frullava in testa l’idea di voler andar fuori, di voler fare l’erasmus. Qualcuno dice sia nel dna, qualcuno un’indole, io credo sia semplicemente qualcosa che senti. Senti e parti. Perché se poi ci si pensa troppo molte cose non si fanno, bloccati dalle proprie incertezze, dalle paure, si resta nella quotidianità e nella tranquillità, in fondo si sa cosa si ha e non si sa cosa si trova. Molte delle scelte più importanti le ho fatte seguendo l’istinto e una di queste è stata proprio l’erasmus.  Scegliere con l’istinto o con il cervello non cambia, tutti i dubbi che sorgono al momento della scelta rimangono. Quale meta sarà migliore? Fare un anno o solo 6 mesi? E se faccio un anno, saprò stare così tanto tempo fuori? E la lingua? Come farò a fare gli esami? Ma sono sicura di partire?

Tutte domande lecite, che tutti prima di partire si pongono. A queste si aggiungono quelle dei nostri cari e dei nostri amici. Ad un certo punto ti rendi conto che gran parte rimarranno senza alcuna risposta, l’unico modo è partire e vedere con i propri occhi, provare sulla propria pelle. Solo mettendoci in gioco possiamo scoprire se siamo in grado o meno di poter affrontare questa sfida con noi stessi.  E allora scatta qualcosa, prendi il modulo e lo compili. Non c’è la metà che hai sempre sognato tra le tue scelte? Pazienza, non importa. Ce ne sarà un’altra, che magari non aveva mai considerato prima, ma che, in quel esatto momento ha catturato la nostra attenzione. E allora la mettiamo come prima scelta, passando dall’idea di partire per un freddo paese scandinavo a ritrovarci nel cuore caliente della Spagna. E proprio quello che mi è successo, prima di informarmi sarei voluta andare ad Helsinki a vedere magari l’aurora boreale  e alla fine mi sono ritrovata a Madrid a mangiare tapas e bere tinto de verano.

Madrid, una città dove non ero mai stata e che non mi aveva mai incuriosita prima, eppure la ho messa come prima scelta e sono andata. Ancora adesso non so perché la ho scelta, so solo che la sento come la mia seconda casa.

Dopo mille scartoffie, email, portfoli, certificati e tutta una burocrazia infinita, arriva finalmente il momento della partenza.  Il mio è arrivato “tardi”. Avevo scelto di non perdere la sessione degli esami di settembre, sono così partita a fine mese, quando già molti ragazzi erano già partiti. Ho dato un esame e dopo tre giorni ho preso l’aereo.  Ho deciso, contro il parere di un po’ tutti , e facendo preoccupare soprattutto i miei, di partire da sola, ma poi si scopre che da soli non si è mai. Avrei condiviso il mio erasmus con due ragazzi della mia stessa università ma di corsi diversi dal mio, due perfetti sconosciuti allora ed oggi due miei cari amici. Uno dei due, avevo avuto modo di conoscerlo prima della partenza, l’altro non avevo ancora trovato il modo. E proprio perché il caso o il destino come lo si voglia chiamare, è strano, e secondo me anche divertente, abbiamo preso lo stesso aereo, e chissà magari eravamo anche vicini di posto, senza neanche saperlo, scoprendolo solamente dopo alcuni mesi. Abbiamo preso lo stesso aereo all’andata inconsapevolmente come due estranei e siamo tornati insieme, dopo 10 mesi, come due amici.

Una volta atterrata, sono andata verso l’ostello carica di una valigia più grande di me, uno zaino e un giubbetto di pelle, che mi faceva morire di caldo, ma che non centrava da nessun’altra parte.  Dopo tre cambi di metro e non so quanti sali e scendi di scale con la valigia arrivo alla mia fermata. Scendo e solo li mi accorgo che nella fretta della partenza mi ero completamente dimenticata di stampare la strada per arrivare all’ostello. Logicamente ero senza internet o connessione wifi! Stremata e sudata, cerco di mantenere la calma e trovare una soluzione: facile, chiederò a qualcuno! Ma niente attorno a me solo turisti... Alla fine vagando leggo casualmente un’insegna, eccolo Way Hostel. Incredibile… la fortuna è dalla mia penso.  Entro e trovo un ragazzo alla reception pronto ad accogliermi, provo a dire qualcosa simile a prenotazione in spagnolo, mentre cerco il foglio nello zaino, quando lui si accorge del mia provenienza e mi risponde in italiano. Mi inizia a spiegare tutto, a dare consigli sulla città, su dove trovare casa, su cosa fare la sera,… un doppio colpo di fortuna in meno di dieci minuti. Finalmente arrivo in camera e trovo due ragazze coreane, una brasiliana e una polacca, beh non poteva essere più internazionale il mio arrivo.

 La prima settimana non è stata delle migliori, cercare casa “in ritardo” in una grande città sconosciuta in un’altra lingua non è proprio il massimo. Forse con il senno di poi, sarei partita un po’ prima ;)

Allo stesso tempo vai ai primi incontri, sistemi le ultime scartoffie, le prime lezioni, nuovi amici, impari una nuova lingua… Il primo periodo è stato veramente impegnativo, frenetico, l’unico in cui ho avuto dubbi se valesse la pena o meno tutta quella “fatica”, se avessi fatto la scelta giusta. Per fortuna questo tentennamento è durato neanche dieci giorni, una volta trovata casa tutto si è  risolto come per magia. La sicurezza di avere un “tetto sopra la testa” dopo aver visto case con camere senza finestra o senza riscaldamento o con padroni mezzi matti o con prezzi esorbitanti. Una casa nuova, con tre sconosciute, nessuna delle tre italiane, inizialmente riuscivo con fatica a comunicare con loro, ma che solo dopo pochi mesi erano diventate come fossero di famiglia. Come altri ragazzi conosciuti all’università, o a un viaggio o magari a una festa dove nessuno sapesse chi fosse il proprietario di casa. Con loro ho condiviso serate, feste, cene, viaggi, progetti, risate …  Molti dei miei amici una volta tornata a casa li ho persi, ma alcuni sono rimasti e credo proprio che rimarranno. So di avere le porte di casa aperte a Madrid, ma anche a Benidorm e a Zaragoza, e a Lione, e a Fortaleza, a Manchester e a Melbourne. Chissà forse alcuni non li rivedrò più, ma li continuerò a sentire e soprattutto continuerà a ricordarmi di ognuno di loro.

Vivendo per un anno in un paese “straniero”, se così si può poi definire un posto che alla fine vedi come “casa”, hai la possibilità di conoscere modi e costumi diversi, ma allo stesso tempo uguali al tuo. Ti si aprono porte e ti offrono opportunità che a casa non avresti mai potuto sfruttare.

 

Ormai sono passati due anni dal mio erasmus, so i pregi e i difetti di tale esperienza e proprio per questo ho deciso una volta tornata che volevo aiutare i ragazzi in partenza e in arrivo,  magari dando qualche consiglio agli outgoing e facendo da buddy agli incoming, e continuare a stare in quell’atmosfera che tanto mi mancava e che soprattutto faceva ormai parte di me. Così trascinata da una mia amica anch’essa appena tornata, sono entrata in un’associazione quasi sconosciuta per me, ESN.  Avendo trascorso un erasmus in una capitale, non si poteva dire che mancassero le opportunità e gli eventi, forse proprio per questo non ho mai avuto modo di interagire con una delle sezioni presenti a Madrid. Tandem linguisti, cinema in lingua, eurodinner, feste, viaggi e tanto altro si trovava ogni sera organizzata da decine e decine di associazioni, molto a scopo di lucro. Proprio per questo credo che la realtà di Esn, una realtà di volontari che organizzano e “lavorano” grazie al loro entusiasmo e passione, serva soprattutto in una città piccola, aiutando a creare quell’atmosfera internazionale anche in una città “chiusa” come magari può sembrare a primo acchito Ancona. 

 

Una volta terminata l’università ho intenzione di ripartire. Ripartire perché nulla di quello che puoi leggere sui libri o su internet, nessuna foto, video o film ti può dare lo stesso che “vivere” un paese. Ripartire perché in questo modo non si aprono solo nuovi orizzonti ma nuove possibilità e non solo lavorative. Ripartire per poter conoscere il mondo. Ripartire per poter conoscere i miei limiti e  punti di forza. Ripartire per poter apprendere cose che qua non si possono imparare. Per apprendere il meglio del paese dove andremo. Ripartire non perché l’erasmus non mi ha cambiata, son rimasta sempre la stessa, ma mi ha aperto gli occhi e ha cambiato il modo in cui guardo gli altri e  il mondo attorno.

Ripartire per tornare.

 

Non posso che non essere d’accordo con Renzo Piano che alla domanda “Andare via o restare” risponde:

 

“Secondo me i giovani devono partire, devono andar via ma per curiosità non per disperazione. E poi devono tornare. Partire per capire il resto del mondo e prima ancora se stessi ”